Clima da global governance

I negoziati sul clima a Durban, in Sudafrica, si sono chiusi domenica con l’impegno di continuare a negoziare. Un po’ poco per un appuntamento che doveva essere l’ultima occasione per salvare il pianeta e si è invece rivelato l’ennesimo rinvio. Se le previsioni catastrofiche sono vere, un accordo vincolante da stipulare nel 2015 che avrà valore dopo il 2020 servirà a poco.
22 AGO 20
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I negoziati sul clima a Durban, in Sudafrica, si sono chiusi domenica con l’impegno di continuare a negoziare. Un po’ poco per un appuntamento che doveva essere l’ultima occasione per salvare il pianeta e si è invece rivelato l’ennesimo rinvio. Se le previsioni catastrofiche sono vere, un accordo vincolante da stipulare nel 2015 che avrà valore dopo il 2020 servirà a poco. Due settimane di lavori che si sono chiuse di fatto con gli stessi accordi che erano già in vigore prima del summit, come notava ieri il New York Times. Il tutto condito da governanti che gridano al successo sapendo di mentire, ambientalisti che si lamentano come da prassi e promesse troppo grosse per essere rispettate: il fondo da centinaia di miliardi di dollari per sostenere la decarbonizzazione delle economie emergenti che i paesi occidentali hanno promesso di creare è pura fantasia, dato che l’output a regime dovrebbe essere di circa 100 miliardi di dollari all’anno, quando oggi si fa fatica a raggiungere i 10 miliardi all’anno.

Un documento, quello firmato a Durban
, che oltre a non vincolare quasi nessuno (l’idea è prolungare gli accordi di Kyoto fino al 2017, ma né India, né Cina, né Brasile, né Stati Uniti sono dentro al trattato) contiene passaggi orwelliani: la global governance climatica, che continua a tirare avanti a colpi di emergenze inventate e risolte, ha intenzione di creare una Corte climatica internazionale per tutelare i diritti di Madre Terra e per decidere il diritto di alcuni di sopravvivere. Senza dimenticare il pacifismo green: cessazione di tutte le guerre, non perché sbagliate, ma perché producono troppa CO2.